Il soffio delle fate

Pubblicato da Baldini Castaldi Dalai, gennaio 2002

Un romanzo epico e accattivante, che ci parla della cara e vecchia Europa, attraversata da focolai di guerra, dove il pensiero debole ha preso il sopravvento e messo alle corde quello positivo. Lo scenario è una città che rantola e conta i propri morti, una città dove l’unica cosa da fare è aspettare e sopravvivere: Sarajevo durante l’assedio, quando il tempo per l’amore e la speranza è già finito. In un paese attraversato da un odio senza fine, dove amici, fratelli e vicini di casa sono disposti a strapparsi il cuore dal petto vicendevolmente.

E’ la storia di tre vite che partendo da un solo dove si allontanano e poi si ritrovano, tre destini legati da una sottile linea rossa che s’intrecciano rimandandosi a loro insaputa l’una all’altra, rossa come lo stesso sangue che scorre nelle loro vene. E’ la storia di un amore fraterno, perso e poi ritrovato, che prevarrà, nonostante tutto, sulle atrocità della guerra, riscattandosi e ponendosi come ultimo baluardo dell’odio e dell’orrore. E’ la storia di tre fratelli che il fato ha messo l’uno contro l’altro, scegliendo per loro vie e strade diverse. Bećir, musulmano, professore dell’orchestra Filarmonica, che decide, insieme ai suoi compagni, di continuare i concerti ad ogni costo per dare una speranza ai suoi concittadini; Jovan, suo gemello, spietato comandante dell’esercito irregolare serbo-bosniaco e Tom, un giovane cameraman americano, tornato per un reportage nella sua terra natale da cui era fuggito con la madre quando aveva appena un anno e che rimane sconvolto dalla violenza non solo delle armi ma di un passato a lui ignoto.

E’ un romanzo che pone una questione fondamentale: la consapevolezza che non c’è “altro” che non sia anche in “noi”, non orrore che non ci appartenga, non mostruosità che non possa insediarsi nella più presumibile normalità delle nostre vite, ma anche non lume di speranza che non possa accendersi nel più cupo cunicolo della nostra incoscienza, del nostro cinismo, della nostra ipocrisia.

Il titolo è una metafora poetica e fatalista per definire qualcosa legato all’imponderabile e al destino. L’autore si riferisce alla nebbia che paragona al soffio benevolo di una fata. Calando d’improvviso dalle alture circostanti, avvolge la città e la nasconde alla vista degli obici sparati dai cetnici appostati sul monte Trebević e dai cecchini dai palazzi sventrati, permettendo, così, agli abitanti di spostarsi da un posto all’altro. Una nebbia che avvolge e protegge come l’abbraccio di una madre.

Nel settembre 2002, in occasione del I° anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, il romanzo è stato presentata alla New York University,  N.Y., nell’ambito del seminario “Odio e Religione”.

Nello stesso mese arriva in finale al Premio Elsa Morante.

Nel novembre 2002, è stata presentata la traduzione in Serbo-bosniaco del romanzo, con titolo “Dah Vila” da Sahinpasic, a Sarajevo nel Teatro Nazionale, alla presenza delle maggiori autorità governative come il Ministro della Cultura, il sindaco della città, e l’ambasciatore d’Italia a Sarajevo.