Il soffio delle fate

Opera in tre atti

di Filippo Zigante

su libretto diAngelo Cannavacciuolo

Tratta dall’omonimo romanzo dello stesso autore

L’opera si dispiega in cinque quadri.

  1. Il cimitero
  2. Prova d’orchestra
  3. La rivelazione
  4. Fratelli
  5. L’agguato

SOGGETTO

 Il CIMITERO

Dicembre 1993. Sarajevo è sotto assedio. Attraverso il velo di nebbia, la città appare avvolta da un bianco lenzuolo funerario. Qua e là svettano i tetti rossi delle case, delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee con i minareti spezzati.

In una cupa e fredda mattinata, il cimitero di Kovači è ammantato da una fitta coltre di neve, e le fosse tutt’intorno, si riconoscono solo da qualche nišan e qualche bašluk che occhieggia nella bruma. Alcune persone, coperte di tutto punto, vagano come anime in pena alla ricerca delle sepolture dei propri cari, scomparsi da poco. Bećir, un uomo di circa quarant’anni, primo flautista dell’Orchestra Filarmonica di Sarajevo, prega sulla tomba di sua madre Nadira, poco più in là, Ljiliana, anch’ella componente dell’orchestra, in compagnia del suo giovane figlio è intenta a ripulire una tomba dalla neve.

Nello stesso momento, sulle alture del Monte Trebević, il Comandante Jovan e i suoi uomini, che tengono sotto mira la città, armeggiano su un mortaio.

D’improvviso, il cimitero esplode in una deflagrazione, qua e là si avverte lo scompiglio generale. Corpi dilaniati, urla, grida e gemiti di dolore. Ljiliana rimane colpita alle gambe, mentre il figlio, acquattato poco distante cerca di aiutarla, tendendole la mano.

La scena viene ripresa dalle telecamere di una troupe televisiva, che si trova proprio in quel momento sul luogo dell’immane tragedia per regalare al mondo intero quell’orrore in diretta. Tom, l’assistente, impietrito e commosso, vorrebbe avanzare per aiutarli, ma scariche di mitra, nonché le grida degli altri giornalisti, Colbett e Bruce, lo fanno desistere.

Jovan e i suoi ridono della grottesca danza che i giornalisti compiono per schivare i colpi. Un’ultima raffica di proiettili finisce Ljiliana. A quell’orrore, il giornalista John Colbett, ritrova un falso contegno e commenta quel momento, per darlo in pasto ai telespettatori del mondo.

 

PROVA D’ORCHESTRA

All’interno del teatro, l’Orchestra Filarmonica è intenta a provare l’ouverture del Tannhäuser alla fioca luce di poche lampade. Nella sezione archi notiamo Goran, un vecchio violinista, e poco più in là, Minja la giovane moglie alle prese con il violoncello. L’improvviso arrivo di Bećir, che si avvicina al palco, interrompe quel diluvio di suono. Emir, il direttore, accortosi della sua presenza, con un giro di braccia, zittisce l’orchestra e lo invita a pendere posto tra gli orchestrali. Bećir, informa che Lijliana è morta nell’agguato al cimitero. Sul palco, tra gli orchestrali si diffonde lo sconforto. Veleggia un brusio di fondo e il malcontento. Quella situazione è diventata insostenibile, dall’inizio della guerra molti musicisti sono morti, e ostinarsi a continuare non ha senso, meglio la fuga. Emir, allora, combattendo lo scontento, ricorda loro il patto che hanno fatto all’inizio: suonare sempre, solo così possono dare un segnale di resistenza civile ai cetnici aggressori. Ma Goran, il primo violino, non ci sta. Tra il malumore generale rivela che per lui e la moglie, Minja, quello sarà il loro ultimo concerto: abbandoneranno la città. Emir, nel tentativo di sedare la protesta scioglie le prove, dando appuntamento per l’indomani a coloro che desiderano restare. I professori abbandonano il palco. Restano solo Bećir e Minja. Dal loro dialogo si evince l’amore che li lega e la determinazione della ragazza di non seguire il marito. In lontananza si odono colpi di mitra e di obici che cadono sulla città. Minja accarezza Bećir, dal cui volto scendono copiose lacrime. Si abbracciano e, insieme, rimangono in ginocchio a piangere.

 

LA RIVELAZIONE 

La città è sotto il fuoco di granate nemiche. Alcuni abitanti di Sarajevo hanno trovato rifugio nel sottoscala di un edificio diroccato. La fioca luce di alcune lampade a olio illumina i loro volti scarni e impauriti. Il freddo è pungente. Tra loro scopriamo Tom, che dopo un girovagare nella città, colto da un improvviso colpo di obice, vi ha trovato rifugio anch’egli. Così, spinto dal desiderio di fare luce sul proprio passato, il giovane cronista approfitta per chiedere informazioni sulle sue origini sarajevesi. Viene a conoscenza di un segreto che lo sconvolgerà. Ha due fratelli di cui non sapeva l’esistenza: Bećir, il flautista della Filarmonica, e Il comandante Jovan, il criminale cetnico che assedia la città. Quella rivelazione inaspettata, quanto inattesa, gettandolo nello sconforto, lo portano ad inveire contro la madre per avergli taciuto quel suo passato. D’improvviso, però, la vede comparire in alto, avvolta in una luce radiosa, come celestiale apparizione, che conferma a lui e ai presenti il suo amore per i figli e per la sua terra martoriata.

 

FRATELLI 

Nel covo di montagna, il Comandante Jovan ha appena consumato l’ennesimo atto criminale. Ha violentato una donna, che vediamo legata al letto. Soddisfatto, si aggira nel rifugio cantando una canzoncina americana. In lontananza si ode la melodia di un flauto. Preso dall’ira, si avvicina alla porta urlando di smettere, poiché il suono di quello strumento gli evoca ricordi che non ama. Poi convoca i soldati, dando la donna in pasto alla loro sete di violenza. In una danza macabra e vertiginosa, la donna passa dall’uno all’altro soldato, che abusano del suo corpo. Consumando l’ultimo anelito di forza, la donna striscia ai piedi del Comandante Jovan, implorandolo di porre fine sue sofferenze. Lui, allora, come mosso da una voce compassionevole che avverte affiorare al suo interno, le punta la pistola alla tempia e spara.

L’improvviso ingresso di un soldato, che reca con se due prigionieri, mette a dura prova la sua anima, già fortemente scalfita, Egli si ritrova, così, davanti ai due fratelli: Bećir e Tom. In un drammatico faccia a faccia, lo accusano di essere un criminale, mentre Jovan si difende affermando che il crimine è la guerra. Incitato dalla soldataglia ad ucciderli, riesce, però, a vacillare sotto i colpi di un inaspettato senso di pace che avverte affiorare dalla presenza dei fratelli. Non visto, li mette in guardia, rivelando loro che il prossimo obiettivo sarà il luogo dove la Filarmonica tiene il concerto. Se vogliono salvarsi è bene che non ci siano. Facendo, poi, valere la sua autorità di comandante, obbliga i soldati a liberarli e a farli andare via. Gli uomini eseguono contro voglia.

 

L’AGGUATO

Sulla solita postazione del Monte Trebević che domina la città, il commando cetnico prepara il mortaio per colpire il Seljo, luogo dove si tiene uno dei concerto della Filarmonica. La nebbia sta per calare, avvolgendo la città. Gli uomini sono impazienti di far fuoco, ma il loro Comandante tarda a dare l’ordine. Tra i soldati serpeggia il malumore, si incita Jovan a decidersi prima che l’obiettivo sparisca del tutto alla vista, ma lui continua a temporeggiare adducendo incomprensibili motivazioni. In un concitato alterco ci si accorge che ormai è troppo tardi per portare l’attacco, la nebbia ha cancellato del tutto la visuale. Qualcuno lo accusa di tradimento e lui tenta di far valere la sua forza, ma viene ucciso dai suoi stessi uomini. Il comandante Jovan, riscatta, così, la sua esistenza votata all’odio, scegliendo la linea rossa del sangue fraterno. Sacrifica la propria vita per quella di Bećir e Tom.

Giù in città, intanto, sul porticato del Teatro che si affaccia alla strada, preannunciati dalla bruma, che assume davvero il significato di un benevolo soffio delle fate, compaiono come per incanto gli orchestrali della Filarmonica, con in testa Emir, Bećir e Minja, e Tom. La loro presenza testimonia, il valore della solidarietà umana, la speranza, il coraggio a non arrendersi mai agli aggressori, anche a costo della vita, come a dire loro: non ci riuscirete, per avere Sarajevo dovrete ucciderci tutti, e questo vi sarà impossibile. Infine l’amore.